Crisi, lavoro e ricette per ripartire

Nello scenario attuale, la priorità assoluta dei sindacati è quella di proteggere la salute dei lavoratori e delle lavoratrici. In una fase successiva occorrerà mettere al primo posto il rilancio economico e la creazione dei posti di lavoro andati persi. Per questo sarà necessario mettere in atto scelte politiche coraggiose. Insieme a Beat Baumann, economista di Unia, analizziamo alcune delle previsioni correnti in ambito economico e alcune indicazioni per far fronte alla recessione.

In questo momento storico regna l’incertezza. La nostra salute è messa seriamente in pericolo e non sappiamo ancora quando l’emergenza sarà finita. Allo stesso tempo, gli economisti ci dicono che dovremo affrontare una delle crisi mondiali più gravi della Storia moderna. Questa è purtroppo una delle poche certezze che abbiamo al momento. Le reali dimensioni di questa crisi e le possibilità di una ripresa nel medio periodo sono oggetto di un dibattito molto acceso.

Una crisi mondiale

La crisi avrà ripercussioni su tutte le economie mondiali. L’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), che fa capo all’Onu, ha cercato di quantificarne le dimensioni in termini di perdita di posti di lavoro: il coronavirus cancellerà il 6,7% del numero di ore lavorate nel mondo nel secondo trimestre del 2020, pari a 195 milioni di lavoratori a tempo pieno. La recessione toccherà nel profondo gli Stati arabi, l’Europa e, in particolare, i paesi dell’Asia e del Pacifico. Questi ultimi subiranno una riduzione del numero di ore lavorate pari a 125 milioni di lavoratori a tempo pieno. I settori più colpiti: l’alberghiero, la gastronomia, il manifatturiero e, in generale, i servizi. Queste perdite sono temporanee, mentre i posti di lavoro che andranno persi sul lungo periodo potrebbero superare i 25 milioni a fine 2020. Questo numero, dichiara l’Ilo, è soggetto a variazioni che dipendono in sostanza dai futuri sviluppi della pandemia e dalle scelte di natura economica che verranno fatte dai diversi governi, le due principali variabili che rendono le previsioni economiche attuali alquanto incerte. Per questo motivo, António Guterres, segretario generale dell’Onu, ha invitato le superpotenze ad agire di concerto per fronteggiare la pandemia e la conseguente recessione.

La ripresa

Ci sono diversi modelli attualmente in circolazione relativi all’andamento economico che dovrebbe portare a una ripresa. Secondo il Deutsche Institut für Wirtschaftsforschung, l’economia dovrebbe seguire un andamento a V oppure a L: nel primo scenario, a una brusca recessione seguirebbe una ripresa relativamente celere; mentre nel secondo, a una caduta seguirebbe un periodo di stagnazione più o meno lungo. Una delle analisi più interessanti in questo senso è, secondo Beat Baumann, quella dell’economista Mohamed El-Erian, che parla di un andamento a W: secondo il Ceo di Allianz, il rischio è che le misure già adottate dai governi, di corta durata, portino a una repentina ripresa seguita da un nuovo successivo crollo. L’economista è convinto che serviranno molti più soldi di quelli stanziati finora dai diversi governi per fronteggiare un ciclo economico che segnerà la vita di intere generazioni. Le previsioni, come detto, sono difficili anche perché ci sono questioni ancora irrisolte a livello internazionale. La situazione nei paesi dell’Ue appare alquanto incerta. L’emergenza sanitaria si è estesa praticamente a tutto il continente e ha fatto emergere le fragilità politiche delle diverse istituzioni continentali. In particolare, si è venuta a creare una frattura drammatica tra i paesi del sud e quelli del nord. Secondo gli analisti di Swiss Re, il gigante riassicurativo zurighese, sarà proprio l’area euro a soffrire di più in questa situazione e sarà quella più soggetta al rischio di una crisi economica di sistema.  

In Svizzera

Le previsioni riguardanti la Svizzera appaiono meno fosche rispetto ad altre regioni del globo. Secondo gli analisti di Credit Suisse, nel 2020 la caduta del Pil non dovrebbe superare il mezzo punto percentuale e la disoccupazione dovrebbe attestarsi intorno al 3%. Per Ubs, la diminuzione del Pil sarà più marcata e raggiungerà addirittura il 3%. Per la Seco (1,3%) e per l’istituto Bak Economics (2,5%), la caduta del Pil sarà più contenuta rispetto a quella prevista dall’istituto bancario zurighese. Queste previsioni, ovviamente, prevedono un repentino allentamento delle misure per contenere la pandemia. Intanto, i numeri degli analisti sono accompagnati anche dai primi dati ufficiali relativi alla disoccupazione: nonostante il massiccio ricorso al lavoro ridotto (sono quasi un milione e mezzo i lavoratori interessati da questa misura), a fine marzo il numero di disoccupati è cresciuto di 18000 unità rispetto a febbraio (2,9%), sfiorando già il livello previsto da Credit suisse per fine anno.

Le ricette

Secondo Jenny Assi (Supsi), la riposta alla crisi non potrà essere, come nel 2008, monetaria, poiché il margine di manovra, con i tassi d’interesse così bassi, appare davvero risicato. Per l’economista, la ricetta anticrisi dovrà assomigliare al New deal di Roosevelt. Il Presidente degli Usa, dopo la crisi del 1929, intraprese una politica di investimenti pubblici che portarono al rilancio dell’economia e dell’occupazione. Il New deal di oggi, sempre secondo Assi, dovrà essere verde: il rilancio dell’economia dovrà tenere conto della sostenibilità ambientale, non solo perché è in gioco il futuro del nostro pianeta, ma anche perché l’instabilità dell’ambiente potrebbe portare a catastrofi economiche come quella odierna. In questo senso, un ripensamento della globalizzazione, favorito anche dalle difficoltà di questi giorni a reperire le merci per far fronte all’emergenza sanitaria, sarà inevitabile ed è già in corso. In molti ambienti economici e non solo, inoltre, l’idea di un sostegno al reddito, slegato dal lavoro, sta diventando sempre più popolare. Per Beat Baumann, che condivide le ricette che prevedono un forte intervento dello Stato nell’economia, ora più che mai è necessario «coraggio politico per operare delle scelte che rompano con il neoliberismo degli ultimi 40 anni».