«Proteggere invece che punire»

La crisi provocata dal coronavirus ha aumentato povertà e precarietà in Svizzera. Per le persone senza passaporto, la situazione è ancora peggiore perché vivono nell’insicurezza a causa della nuova Legge sugli stranieri entrata in vigore nel 2019.

Il quartiere zurighese di Schwamendingen, tagliato in due dall’autostrada e attraversato in tempi normali da aerei a bassa quota, è la zona più povera della città sulla Limmat. La percentuale di persone che ha richiesto aiuti sociali nel 2014 è stata la più alta di tutta la città (8,5%), tanto da superare di oltre tre punti la media cittadina (5,1%).

In due punti del quartiere, Caritas ha deciso di aprire, quattro anni fa, due sportelli di assistenza per famiglie in difficoltà. A occuparsene è Andrea Gärtner, assistente sociale che abbiamo incontrato qualche giorno fa, poco prima dell’inizio dell’orario di apertura dello sportello, presso il centro Krokodil: «Dall’inizio della pandemia, si rivolgono a noi sempre più persone. La situazione è ulteriormente peggiorata durante questa seconda ondata. Da noi chiedono aiuto soprattutto genitori separati o soli, persone che percepiscono una rendita di invalidità, famiglie monoredditto o working poor. La quasi totalità delle persone è priva di passaporto e proviene in prevalenza dall’Africa e dai Balcani».

Queste persone si rivolgono a questo servizio anche perché «hanno spesso paura di chiedere l’aiuto sociale. Molti di loro sanno che, per la Legge sugli stranieri, in caso di richiesta di sostegno sociale, rischiano di essere mandati via, oppure di vedersi declassare il permesso di soggiorno. La Segreteria di Stato della migrazione ha chiesto ai Cantoni e ai Comuni di tenere in considerazione la situazione eccezionale in cui ci troviamo, ma questo invito non sembra così vincolante».

Il rapporto Caritas

Andrea Gärtner è una delle tante operatrici sociali impegnata sul fronte della povertà, della discriminazione e dell’esclusione sociale. Caritas è infatti tra le organizzazioni che meglio riesce a misurare il polso del paese in materia di disagio.

Lunedì scorso, l’organizzazione, durante una conferenza stampa, ha fornito un quadro raccapricciante della situazione economica e sociale. Durante questa pandemia, l’istituzione caritatevole ha portato avanti la più grande operazione solidale della sua storia, raggiungendo oltre 100'000 persone in Svizzera, soltanto una parte delle persone in povertà che, prima della crisi, erano 660.000.

Tra i molti problemi riscontrati, Marianne Hochuli, dirigente Caritas, ha confermato quanto affermato dalla collega Gärtner: «Il legame tra richiesta di aiuti sociali e perdita della sicurezza del soggiorno o impossibilità di ottenere la naturalizzazione, rafforzato dalle nuove regole della Legge sugli stranieri introdotte nel 2019, è ormai entrato nella testa delle persone senza passaporto. Anche se alcuni Cantoni hanno dichiarato di sospendere in via provvisoria questo legame, a volte alcuni mesi dopo l’inizio della pandemia, molte persone non si sono fidate e hanno preferito evitare di ricorrere agli aiuti sociali, ritrovandosi in una situazione disperata».

Per Caritas è chiaro che la richiesta di aiuto sociale durante questa pandemia non deve assolutamente portare a un declassamento del permesso di soggiorno o addirittura a una cacciata dalla Svizzera.

La legge ingiusta

Questa pandemia ha fatto emergere con chiarezza la durezza della Legge federale sugli stranieri e la loro integrazione. Si tratta di un costrutto repressivo che crea molti problemi invece di risolverli.

Per Hilmi Gashi, responsabile Unia migranti, «la legge è ingiusta a prescindere dalla pandemia. Le persone senza passaporto sono confrontate costantemente con la paura, il pregiudizio e la discriminazione. Si vuole promuovere l’integrazione, ma in realtà si rafforza la repressione. Senza contare poi che la legge prevede un ampio margine di manovra nei cantoni, che lo applicano in maniera differente, e questo crea ulteriore insicurezza. Anche per noi è difficile avere un quadro generale della situazione, soprattutto adesso. In questo momento le autorità dicono di tenere conto della pandemia, ma invece sappiamo che non c’è alcuna trasparenza in materia e l’amnistia che noi come sindacato rivendichiamo non è comprovabile. Un caso su tutti: la città di Berna».

La Segreteria di Stato per le migrazioni (Sem), da noi interpellata, ha ribadito di avere invitato i Cantoni alla tolleranza ma non ha fornito dati precisi in materia. Senza contare che questo invito è arrivato soltanto a inizio giugno, a pandemia già iniziata. Difficile avere un quadro preciso della situazione, difficile ottenere dati. Uno su tutti ci dice però che la Legge ha già sortito i suoi effetti: dalla sua entrata in vigore nel 2019 fino a oggi, sempre secondo il Sem, i permessi di soggiorno declassati sono stati 285. Questo numero sembra assolutamente sottostimato e non sappiamo se è aumentato durante la pandemia.

L’incompetenza

Oltre alle disposizioni di legge, alle interpretazioni di Cantoni e Comuni, alla paura e all’insicurezza delle persone senza passaporto, c’è un altro elemento da tener presente: l’incompetenza (o la cattiva fede?) delle autorità. Su questo punto concordano diversi giuristi che hanno a che fare con casi o addirittura cause di persone straniere.

Javier Suarez Rubiano, giurista della regione Unia di Zurigo, ne è testimone: «Quando mi trovo a difendere nostri iscritti contro le autorità di gestione e controllo della migrazione, sono confrontato con decisioni assurde, che sembrano non tenere conto, ad esempio, del criterio di proporzionalità prescritto dalla legge. Le indagini relative a un caso specifico, inoltre, sembrano andare sempre in direzione punitiva. Non si è ancora capito che le istituzioni non dovrebbero esistere per punire, ma per proteggere. Purtroppo, devo constatare che in ambito migratorio non è spesso così. Anche adesso durante la pandemia, la trasparenza in materia di amnistia non è garantita».

Rubiano e altri avvocati che collaborano con Unia vincono spesso le cause in materia di diritto degli stranieri, anche se il giurista ha le idee chiare a tal proposito: «Non si può risolvere tutto con il diritto, occorre un cambio di passo politico per modificare la legge e anche l’atteggiamento di alcune istituzioni. Come sindacato dobbiamo rivendicare e sostenere questo cambiamento».